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Il 49° Raduno AIVA CVC

Diario di bordo di un impiastro

Quello che segue è il racconto di chi si è affacciato davvero da pochissimo nell’universo di Caprera. Tutto è cominciato quasi per caso la scorsa estate, come sovente a seguito di un cambiamento improvviso. Qualcuno esce dalla tua vita senza preavviso e tu ti trovi a dover riprogrammare, ridefinire… sì ma, insomma, che diamine faccio con le ferie di quest’anno? Cammino di Santiago scalzo? Rinchiuso in casa a pettinare il gatto? Sono confuso e non ho le idee molto chiare.


Ho raggiunto le 37 primavere, vivo a Siena, mi spaccio per ingegnere in un’azienda di macchine automatiche. Un ex collega mi parla di questa scuola di vela: Caprera. Dice che sia una delle più longeve d’Europa e lui è iscritto per settembre. Mi avanza giusto una settimana in quel periodo e decido di partire con lui per un corso C1.

una bella veduta di Porto Palma

Con mio padre vado per mare e traffico nella sentina della barca di famiglia da quando sono nato. In casa mia, però, la vela è quasi una bestemmia. Il mio vecchio è un motonauta convinto, da sempre.


Io sono la pecora nera: la mia patente è vela e motore, ho fatto dei corsi di deriva da ragazzino e la vela mi attira da sempre. Purtroppo non sono mai riuscito ad approfondire questa passione, vuoi per mancanza del giro giusto, vuoi per le vicende della vita. Caprera mi sembra l’occasione perfetta per provarci.


Frequento il corso ed è un’esperienza da click mentale. Caprera è l’isola che non c’è ed io mi sono sentito un bimbo sperduto. Torno a casa con un magone da separazione che durerà quasi due settimane. Mi dicono sia una cosa piuttosto normale. Pare che qualche anima delicata abbia addirittura comprato la tazza rossa della colazione e ci beva il latte singhiozzando tutte le mattine, con un ventilatore puntato per simulare il ponente dell’isola. Latte e lacrime di Caprera.


È una vita dura quella del velista di terraferma. Decido di iscrivermi ad AIVA e lo scorso autunno scopro per caso, mentre mangio dei biscotti da una tazza rossa (...), il Rally d’autunno. Mi iscrivo e vengo inserito in una barca di AIVA, precisamente nell’equipaggio degli U-marell (che alla fine si sarebbero classificati terzi!). Di nuovo un’esperienza fantastica. (n.d.r. link all'articolo sul Rally 2023).


Da quel momento in poi tengo d’occhio costantemente il sito AIVA. So che in primavera ci sarà il Raduno ed è l’occasione perfetta per vedere se tre indizi fanno davvero una prova. Finalmente arriva il giorno di apertura delle iscrizioni: contatto subito la mitica Carmen all’indirizzo della segreteria e mi iscrivo a razzo. Mi comunicano che il nostro equipaggio sarà composto da quattro elementi degli U-marell più due new entry.

 

L'equipaggio


Domenico: il capobarca

Milanese di origini Calabresi, grande ballerino di balli latini, pilota del drone AIVA che mi dicono essere anche subacqueo (n.d.r. questo è un colpo basso... il povero, incolpevole drone ha rischiato l'annegamento durante la navigazione di Pasqua alle Canarie, ma dopo un paio di settimane di rianimazione pare sia tornato quasi normale), fotografo, animale insuperabile da party (ci ha regalato una fantastica performance a Capraia su cui soprassiedo). È uno che la barca la sa mandare eccome: AT a Caprera, habituè della base di Dongo, ex velista da regata in altri ambiti. Ottimo cuoco nonché massaggiatore di vongole (su questo torneremo più avanti).


Ivan ed Elisa: Bonnie e Clyde dell’Oltrepo

Non gli chiedete che lavoro fanno perché tanto, da bravi softwaristi, vi diranno un acronimo incomprensibile e voi non potrete far altro che annuire fingendo di aver capito. Due persone adorabili, l’unico problema è Ivan. Di primo acchito sembra un tipo normale: gentilissimo, competentissimo (C4), sempre pronto a dare una mano e ad adattarsi a tutte le situazioni… ma al suo interno arde il fuoco della follia. Guida moto maledette di cui si costruisce pezzi da solo, corre maratone, ha letto un sacco di libri di navigatori, ha in mente tutte le rotte per attraversare l’Atlantico, rovista ogni angolo del darkweb in cerca di annunci di imbarcazioni in vendita. Prima o poi combina qualcosa, ne sono sicuro. Elisa dal canto suo è ormai rassegnata e cerca di assecondarlo limitando i danni. Elisa, se c’è una speranza che non si infili in qualche casino, quella sei tu.


Roberto: lo sciur

Milanese DOC, si definisce “dipendente INPS”. Nel tempo libero lavora da consulente in ambito farmaceutico, grande intenditore di vini e di motociclette. Sarà il compagno di cuccetta di Marco per questi tre giorni, uno dei due russa come un treno ma non sapremo mai chi.


Marco: Piacenza caput mundi

Marco è un piacentino in piena regola. Non si sposta mai senza un salame, una coppa e una bottiglia di gutturnio. Come ogni buon piacentino che si rispetti, nutre profonda stima e rispetto per i cugini Parmigiani, che come tutti sappiamo hanno inventato gli anolini e la coppa. Nella vita si occupa di nastri di trasporto e si vede che è un tipo pratico che sa cavarsela un po’ in tutte le situazioni. Ha uno strano kink per i cucchiai ma anche questo avrà una sua spiegazione nel prosieguo.


Giovedì 11 aprile: San Vincenzo

Il clima di partenza è decisamente diverso da quello del Rally dello scorso novembre: mi accoglie un bel cielo con poche nuvole ed un fantastico tramonto primaverile. Comparato ai 30 nodi di vento dell'ultima volta è un discreto cambio di prospettiva.


Parcheggio nei pressi del porto e tiro fuori la mia bellissima duffel-bag Helly Hansen, nuova fiammante. Sono mesi che aspetto di rinnovarla: l'ho acquistata appositamente per portarla a Caprera e questo sarà il suo battesimo.


Starò fuori tre giorni, ma l'ho riempita all'inverosimile (nella mia testa dovevo per forza fare un test di capienza). Accidenti a me, pesa come un morto. Infilo gli spallacci e mi dirigo verso la barca, attraverso il porto.


Mi sento proprio fico, un vero velista. Praticamente Soldini mi spiccia casa. La barca, Gigiona, si trova nella parte più abbiente del porto: la darsena con gli yacht. Ormai il mio ego è a livello Bertelli, patron di Luna Rossa.


I miei vaneggiamenti si infrangono sulla realtà dei cancelli del pontile, irrimediabilmente chiusi per evitare ai comuni mortali (come me) di accedere senza controllo. Serve una chiave magnetica ed io ovviamente non ce l'ho. Chiamo Domenico e scopro che dovrò infilarmi tra il cancello e la siepe per sgattaiolare fino alla barca. Butto la borsa dentro e raggiungo gli altri che stanno facendo cambusa.


Il resto della serata procede tranquillo, aperitivo e carbonara in barca (tanta aperitivo, tanta carbonara). Hanno comprato una quantità esorbitante di alcolici e fatto un Negroni sbagliato assassino. Domani salpiamo per Marciana Marina ed io sono felice.

  

Venerdì 12 aprile: "er cucchiaio"

Stamani sveglia di buon’ora. La nottata è stata tranquilla ma non c'è dubbio che sono a bordo di una barca di russatori. Dormo nella cabina di dritta a poppa e giuro di aver sentito distintamente vibrare la parete che mi separa dalla cabina di sinistra.


La giornata di oggi è dedicata a raggiungere l’isola d’Elba. Lasciare il porto non è propriamente semplice, siamo ormeggiati all'inglese con il vento che ci spinge forte contro la banchina.

Domenico, da volpone quale è, sfrutta la situazione per un momento didattico e ci coinvolge nel definire la strategia migliore per mollare gli ormeggi. Ho il fondato sospetto che quando fa queste cose sappia già dove andremo a parare, tanto che alla fine spesso siamo convinti di aver partorito l’idea e lui sogghigna sornione…


La veleggiata verso Marciana Marina è di 22 miglia, ne approfittiamo per cominciare a fare un po’ di gruppo conoscendo le nuove entrate. La cosa bella dei trasferimenti a vela è che in pozzetto si parla di un casino di cose. Ci si conosce, si fa squadra e si chiacchera di tutto un po’ (ovviamente, principalmente di vela).


Cominciamo a sospettare che la barca non sia un fulmine di guerra, il fiocco ha una forma strana, sembra che il rollafiocco non faccia il suo dovere. Alla randa - rollabile anche lei - mancano 40 cm. buoni per arrivare in testa d’albero. In compenso abbiamo un utilissimo paterazzo regolabile. Praticamente siamo su una Panda con l’alettone. Facciamo qualche prova e capiamo che, con questa configurazione, conviene non forzare la bolina altrimenti la barca si pianta.


Nel frattempo io faccio una scoperta curiosa: soffro la barca a vela. Diciamo che per un aspirante velista non è il massimo. Specie se come me hai nei sogni proibiti una traversata atlantica. Sono arrivato alla conclusione che, semplicemente, il mio cervello non è abituato al movimento della barca quando veleggia. Non so perché, con il motore acceso non ho problemi, in rada non ho problemi, in porto anche nessun problema. Se sto su una barca che veleggia, dopo qualche ora, comincio a soffrire il mare (nota: oggi, a 4 giorni da quando ho confessato la questione a casa, mio padre ride ancora; ma io non mi do per vinto, mi sono comprato i braccialetti e tutto l’armamentario per farmi lo stomaco).


A San Vincenzo il vento era un bel 16kn pieno ed è rimasto così fino ad ora, a 6mn dall'Elba, quando all'improvviso ci lascia... e così fa anche il motore. Tentiamo di usarlo e troviamo la manetta del gas rotta. L’invertitore comanda correttamente le marce, ma il motore non ne vuol sapere di spostarsi dal minimo.


Marco ed Ivan attaccano subito a smontare i pannelli della consolle di comando, sembra quasi che non aspettassero altro. La situazione non sembra migliorare.

Ivan ha quella strana luce negli occhi, sospetto che abbia un ruolo in questa vicenda. Non lo confesserà mai ma sono convinto che si stesse annoiando ed abbia sabotato di proposito la barca per simulare un guasto in mare. Interviene Elisa che si offre di passargli le viti per rimontare i pannelli. Mr Hyde sembra placato e comincia placido a riavvitare roba.

A questo punto fa la sua entrata in scena Marco, l'eletto della coppa piacentina, il maestro dell'accrocco, già manutentore di macchine automatiche in patria di anolini e picula. Il Totti emiliano, al grido "mo je faccio er cucchiaio", si arma del suddetto attrezzo culinario e lo ficca prepotentemente sul comando della pompa gasolio del motore. Questo ci permette di raggiungere la mirabolante velocità di 4kn e arrivare in tranquillità a destinazione. Raggiungiamo il porto ed ormeggiamo senza incidenti, con l’aiuto del barchino degli ormeggiatori.




È sera ed è l’ora dell’aperitivo collettivo, ospitati dal Circolo Velico di Marciana.

Io e Roberto veniamo biecamente reclutati dal presidente per servire gli spritz e ci divertiamo un casino. Sono tutti sorridenti ed è un piacere essere qui. In questo frangente conosco Carmen di persona e sono stupito dalla sua incredibile capacità di multitasking. Riesce a gestire contemporaneamente le mie vaccate da impiastro, le richieste del presidente e tutte le domande della gente intorno. Il tutto con il sorriso. Una sorta di Siva delle pubbliche relazioni.




Nel frattempo mi dicono che è arrivato il meccanico che a sua volta ha accroccato qualcos'altro sul motore, speriamo bene.


Finisce l’aperitivo e torno alla barca. Vado in cabina a cambiarmi, gli altri sono di là che stanno preparando uno spaghetto con 3kg di cozze e 1kg di vongole. Non in senso figurato, letteralmente 4 kg di molluschi.


Scopro in questa occasione che Domenico ha una tecnica particolare per preparare le vongole: ne prende una manciata per volta e le sbatte violentemente su un tagliere, prima di metterle in una ciotola. Questa sorta di mossa Kansas City culinaria dovrebbe, a dir suo, disorientare la vongola che di conseguenza si apre. Massaggiatore di vongole.

 

Abbiamo a cena con noi il presidentissimo Giancarlo. La serata trascorre tranquilla tra chiacchiere marinare e non. Finalmente, alle una e trenta, decidiamo di andare a dormire. Sono esausto, domani è il giorno della regata e voglio riposarmi, anche se purtroppo il meteo prevede zero vento.

 

Sabato 13 aprile: Eolo contro

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: la nostra regata è stata una disfatta.

Mi sto arrovellando da dieci minuti per cercare un buon modo di salvare la faccia ma la cruda verità è che ci siamo ritirati perché la barca, semplicemente, con quel refolo di vento che c'era... non andava!


Avevamo qualche sospetto di non avere sotto le chiappe l'Antares della Marina Militare, ma i nostri sogni di velleità competitive si sono miseramente infranti vedendo uno degli equipaggi (n.d.r. il "T2") preparare delle fiammanti vele nere in mylar e scaricare sul pontile una serie di casse per alleggerire la barca. Scoprirò solo dopo che si sono sparati 20 ore di navigazione notturna da Genova per partecipare al raduno e che ne faranno altrettante per tornare, partendo subito dopo la cena della sera. Chapeau! Decisamente dei tipi tosti.

T2, il bel Dehler36 di Stefano e Francesca!

È mattina, esco di buon’ora per andare in paese ed armarmi di polsini anti-nausea. È un disonore, lo so, ma già sono impiastro, se poi mi viene anche il mal di mare divento del tutto inutile. Per fortuna li trovo alla prima farmacia, mi vergogno tantissimo e mi sa che il farmacista se ne accorge. Farfuglio qualcosa a proposito di una sorella con il mal di mare e lui fa finta di bersela.


Rientro alla barca ed incontro Ludmila con Giulia, rispettivamente la compagna e la figlia seienne di Marco. Ci hanno raggiunti con l’auto e saranno con noi per la regata. Ludmila sa il fatto suo (anche lei C4 come Ivan e Marco), Giulia è una bimba davvero deliziosa.


Cerchiamo di darci un contegno rispetto agli altri equipaggi e pensiamo bene di provare a sistemare il rollafiocco che da ieri fa i capricci. Primo tentativo: rischiamo di tirare tutto giù sul ponte. Speriamo che non ci abbia visto nessuno. Poi Ivan ha estrae dal cilindro un nodo inguardabile ma funzionale che migliora decisamente la situazione del punto di mura. Tiè, unoazero per noi.


È il momento di partire: usciamo tutti dal porto in flottiglia e ci disponiamo sul campo di gara. Arriva il segnale dei cinque minuti, poi quello di uno. Sono davvero emozionato. Finalmente ci precipitiamo tutti sulla layline, in gruppo. C’è chi chiede acqua e chi dà la precedenza.


È una veleggiata non competitiva, ma emerge prepotente lo spirito sadico del velista che ambisce a fare la carognata strategicamente più efficace, per ottenere un vantaggio sull’avversario. Questa cosa mi è sempre piaciuta un casino, è praticamente una partita a scacchi, un duello in punta di fioretto dove vince il più bravo ma anche il più astuto.


Mi colpisce molto come tutti siano impegnati a fare del loro meglio, ma il clima resti piacevolmente goliardico. In breve, se ti fregano e ti trovi costretto a dare acqua… nessuno risparmia gli insulti, ma al contempo tutti manovrano in totale sicurezza.


Il nostro capobarca, l'uomo che sussurrava alle vongole, fa davvero un bel lavoro con il timone e tagliamo la partenza tra i primi.


Siamo in gara, possiamo farcela!!

... col cavolo... In poche centinaia di metri ci passano avanti tutti, TUTTI.

Non mi stupirei di veder passare pure qualcuno sul pedalò, magari una simpatica ottuagenaria con l'artrite alle ginocchia.


Sospetto che i tizi delle vele nere abbiano un motore nascosto da qualche parte, il loro Dehler 36 fila come un razzo, superata la prima boa issano uno spinnaker gigante e spariscono in souplesse.


Noi siamo la barca più piccola della flotta, dopo di loro, ed arranchiamo in penultima posizione. Tutti gli altri fanno del loro meglio, qualcuno issa un gennaker.

La barca di Gianluca Marcon è proprio davanti a noi e sono convinti di avere anche loro un gennaker a bordo, ma si sbagliano: è una tormentina. Non si danno per vinti e la issano sul paterazzo.


Noi non abbiamo nulla, proviamo ad aprire il bimini, un telo da mare, il phon! Niente.

 

Poi ci si mette il vento che da 3 nodi crolla a zero ed è qui che, dopo due ore di sofferenza in penultima posizione, bloccati nella patana totale, decidiamo di ritirarci. Ma solo dopo che lo hanno fatto gli ultimi (almeno l’onore è salvo!).  

 

Il destino beffardo ci ha fatti impantanare proprio di fronte ad una incantevole spiaggia di Procchio fuori stagione, con dei colori meravigliosi ed un'invitante rada che sembra un lago. Il buon Marco, ad onor del vero, aveva già tirato fuori un salame di Piacenza ed affettato abbondantemente.

 

Vuoi il salame, vuoi il vento, vuoi la barca che non va, vuoi che quei maledetti dei primi sono già andati e tornati... scegliamo l'ammutinamento.

Le malelingue dicono che il presidente abbia esultato quando abbiamo comunicato il ritiro. Con la nostra velocità di percorrenza avremmo impiegato ore a tagliare il traguardo e lui avrebbe dovuto aspettare sul gommone per tutto quel tempo.

 

Rolliamo il fiocco e ci dirigiamo verso la spiaggia, dove troviamo altre barche reduci dalla regata. Decidiamo di metterci a pacchetto per stare tutti quanti insieme.

Occhio alle crocette. Vieni di qua, no, di là. Giù i parabordi. Via il motore.

Valtur (aka Gianluca Pizzirani) accende la cassa bose a manetta.

Via la maglietta, tuffo a bomba! ...il bagno più corto della storia... Sembra estate ma l'acqua è marmata: la mia proverbiale repulsione al freddo prende il sopravvento e risalgo all'istante dalla scaletta.

Ci riprovo: stesso risultato. Tipo riflesso incondizionato. Ok, però il bagno l'ho fatto. Tacca.


Una ragazza, al contrario, trascorre un'era geologica intera ammollo. È Miss Campari (nomignolo guadagnato sul campo ieri sera, quando ha scolato tre spritz Campari tipo shot, senza colpo ferire). Ho creduto che tutto quel Campari avesse rotto qualcosa di importante a livello di trasmissione neurale. Mi dicono però che abbia fatto bagni persino alla navigazione AIVA in Scozia. Ok, il problema è pregresso. Coscienza pulita.


Facciamo pranzo poi, al momento del caffè, sulla nostra barca si materializza dal nulla il presidente. Marco urla: Attenzione! Presidente a bodo! Siamo di nuovo in assetto AIR FORCE ONE! Ridiamo tutti come degli asini.


È l’ora di rientrare, decidiamo di fare un po’ di cabotaggio a motore verso il porto, osservando la meravigliosa costa dell’Elba. È un clima pazzesco, si sta benissimo ed io mi ritrovo in coperta a fissarmi i piedi scalzi. Sono da sempre convinto che la vita sia più bella quando puoi stare a piedi scalzi e questo è uno di quei momenti.


Con me c’è Ivan, ciaccoliamo tranquillamente e mi diverto a stuzzicarlo. È un passionista, anche io sono così, è facile triggerarlo perché mi conosco e quindi lo conosco. Ecco di nuovo quel bagliore negli occhi, comincia a parlare di Costa Rica, una barca, smart working, Bernard Moitessier, il sogno sostenibile. Sono a un passo da fargli staccare una gigantesca cambiale per un quarantasei da piedi da ristrutturare in Portogallo, quando i sensi di ragno di Elisa si attivano e sbuca dal tambuccio per riportarlo a più miti consigli. Cazzarola, mi ha fregato di nuovo. Elisa, un giorno o l’altro abbasserai la guardia, e sarà allora che io ed Ivan salperemo, ubriachi, su una goletta in legno del cinquantaquattro verso il Grande Blu.


Intanto nel pozzetto Domenico si diverte con Giulia, facendola giocare con il timone, sotto lo sguardo di papà Marco, mamma Ludmila e del presidente. È un momento di grande pace. Ivan guarda Giulia e decreta che secondo lui, se continuano a portarla in barca, finisce che fa il giro del mondo come Jessica Watson in True Spirit.


Arriviamo in porto e dopo pochissimo è già il momento dell’evento serale conclusivo.

Apericena allo Sporting Club di Marciana Marina. Fa un freddo cane.


C’è la premiazione degli equipaggi...







Segue la presentazione del libro di Gianluca Marcon. Qui mi sono divertito davvero. Gianluca è simpaticissimo e bravissimo a tenere la scena, ma ha una totale avversione per il microfono. Il siparietto di Gianluca Pizzirani che lo insegue con il microfono mentre lui dispone i suoi libri sul tavolino, preparato allo scopo, è divertentissimo. Tra l’altro, cavoli che bello sia il libro che le sue altre opere.


In tutto questo sparisce Marco. Riappare dopo un’ora con un cambio d’abito alla San Remo. Scopriamo che era tornato alla barca per prendere una giacca ma, mentre percorreva la passerella, gli è caduto il telefono in acqua. Non ci ha pensato due volte e si è tuffato. Vestito. Di sera. In aprile. Con un freddo boia. Marco, ti voglio bene.


Nel frattempo si avvicina il presidente con un sorrisetto: "servono di nuovo due che facciano gli spritz". Pronti!


Mentre Valtur scalda la serata schitarrando a manetta e pompando il karaoke, io e Roberto spariamo di nuovo spritz a tutto spiano. Domenico è scatenato, d’altronde è un animale da party.


Merita una menzione l'interpretazione del presidente con una sua versione karaoke della paranza di Silvestri. Oserei dire uno stile vicino al trap-new wave-punkinglese.

Verso mezzanotte il freddo prende il sopravvento e decido di rientrare in branda. Saluto tutti e mi congedo. È anche una buona occasione per scrivere due righe del mio diario.


Passa nemmeno mezz’ora e sbuca Domenico “Andiamo dai Pipponauti”.

Siamo in 18 ammassati a far casino nel pozzetto di un Sun 42i. Chiacchiere di ogni tipo, meno male siamo fuori stagione altrimenti, con tutto il bordello che stiamo facendo, qualcuno avrebbe di sicuro qualcosa da ridire.


Ad un certo punto Elisa, una ragazza di Bormio, si alza e propone di fare un gioco assurdo in cui si deve fare una sorta di mimo di chi ti sta di fronte. Insomma una roba troppo complicata da descrivere. Si genera una sorta di siparietto paradossale in cui finisce dentro pure il sottoscritto (e non solo, ma non posso dire di più, pena radiazione istantanea da AIVA).


Ci sbellichiamo dalle risate. Elisa è astemia, ci domandiamo cosa potrebbe combinare con un bicchiere di prosecco. Gianluca Pizzirani (il suo capobarca) ci assicura che nei giorni precedenti gli era sembrata del tutto normale. Cioè, l'ha beccata a fare yoga in una posizione tipo fenicottero la mattina alle sei, ma nel complesso gli era parsa normale, ecco.


Io respiro l’aria sottile e penso che la felicità sia direttamente proporzionale alla quantità di gente che puoi stipare nel pozzetto di una barca a vela, in una limpida serata di aprile. E in questa barca di gente ce ne è davvero un casino. Tra l’altro, nessuno ha ancora capito come si fa a vincere a quel gioco.


Domenica, 14 aprile: si rientra

Il giorno successivo è sempre calma piatta, in breve decidiamo di andare a fare un bagno alla spiaggia di Sansone, di nuovo in flottiglia, e poi smotorata fino a San Vincenzo.


Durante il tragitto abbiamo incrociato da vicino un pesce luna, un tonno che pescava in superficie facendo dei salti di un metro dal pelo dell’acqua e ben due branchi di delfini. Roba che con la barca a motore te la sogni (sì, dico a te babbo. Tiè.)


Arriviamo al porto, ormeggio, check out. Ci spartiamo la cambusa residua e ci salutiamo con grandi e sinceri abbracci.


Salgo in auto e mi dirigo verso casa. Mentre guido con l'aria fresca del finestrino che mi lambisce le braccia sbruciacchiate rifletto sui tre giorni appena trascorsi.

Sono sinceramente colpito da questo gruppo di persone. Il giorno che sono sceso da Caronte, mettendo piede per la prima volta sull’isola di Caprera, mi si è aperto un mondo. Un mondo che continuerò a frequentare (per quest’anno ho già prenotato un D2 ed un C3).


Vedo nei volontari AIVA tanto impegno e tanta tanta voglia di inclusione, quella vera. Vedo un gruppo di persone che si diverte a stare insieme e se non c’è vento... pazienza, non possiamo farci nulla, almeno divertiamoci!


Ognuno porta il suo. C’è chi è bravo a essere sempre ovunque e a tirare le fila di tutto, chi lavora un po’ più defilato, chi schitarra come un pazzo, chi fa le foto e chi organizza chissà cos’altro. Alla fine io sono soltanto un impiastro appena arrivato ma nessuno mi ha mai negato un sorriso o due battute sul pontile. Credo che Caprera sia il minimo comune denominatore, ciò che ti porta a sentirti vicino a chi hai di fronte. Un linguaggio comune fatto di acronimi ed esperienze (positive o negative) che puoi capire solo se le hai vissute.


Forse Caprera alla fine non è altro che un grande pozzetto, dentro cui puoi trovare persone simili o diverse da te, ma con cui condividi il fatto di essere nello stesso equipaggio.


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