Il coltello da marinaio

Le tradizioni della Marina e dei moderni velisti

QUESTO ARTICOLO VERRA' PUBBLICATO COL NUMERO DI DICEMBRE 2022 DI "DENTRO E FUORI DA PORTO PALMA",

PER IL MOMENTO E' IN LAVORAZIONE



Il primo incontro con il coltello da marinaio avvenne sul Vespucci, nel giugno 1965, nella crociera alle Baleari dopo il primo anno al Morosini, dal 15 giugno al primo luglio. Il comandante quell’anno era Agostino Straulino. (nelle immagini: gli allievi del Morosini schierati e in banchina a Livorno in attesa di imbarcare sul Vespucci, giugno 1965).

Noi avevamo tra i 16 e i 17 anni e non ci mandavano “a riva” ovviamente, ma le manovre in coperta sì, quelle le facevamo. A riva ci andarono poi, nella campagna di istruzione del '68 in Atlantico e Nord Europa, di giorno e di notte e con tempo cattivo, quelli di noi - come lo scrivente - che entrarono in Accademia Navale. (nell'immagine: il comandante Straulino sul cassero a dritta, Vespucci giugno 1965)


Nel '65 dal Golfo di Oristano alle Baleari prendemmo una forte burrasca di maestrale e metà dell’equipaggio era “a pagliòlo” come si dice in gergo. (ndr: il pagliòlo è la pavimentazione che ricopre il fondo interno di una imbarcazione; il termine deriva dalla paglia che un tempo si spargeva appunto sul fondo; il significato figurato è piuttosto intuitivo!)


A bordo era presente in quegli anni un mondo di persone e di vecchia cultura della marina velica, adattata alla nave scuola: nocchieri, marinai, vecchi sottufficiali che avevano dedicato una vita al Vespucci, alle cime di canapa, alle manovre, alle vele tutte ancora molto tradizionali. I sottocapi e i secondi capi nocchieri avevano tutti il fischietto da nostromo per le manovre. (nelle immagini, nell'ordine: tradizionale fischietto da nostromo proveniente dalla R.N. Scuola C. Colombo e appartenuto al comandante Attilio Gamaleri, padre dell’autore; moderno fischietto da nostromo, dalla collezione dell'autore)

Quasi tutti i nocchieri portavano con se un coltello speciale. Il coltello aveva una lama pieghevole che si allargava alla estremità e una “caviglia” pure incernierata all’altra estremità della impugnatura. Il manico era di legno con un anello e un “cordino” bianco e lo portavano al collo. Non lo avevo mai visto, ma era una antichissima tradizione delle navi a vela, dei marinai e della Marina. Appena tornato a casa lo cercai e me ne comprai subito uno in un negozietto di Sottoripa a Genova dove si trovavano a quei tempi, e in parte ancora oggi, i tradizionali oggetti della marineria. (nell'immagine: coltello da marinaio con manico di legno del 1965, dalla collezione dell'autore)

Il ricordo del coltello da marinaio si riconosce ancora in piccolissimi dettagli, conservati nella tradizione delle divise della Marina, anche per chi non è più marinaio di navi a vela, ma di modernissime navi grigie.

La divisa tradizionale del marinaio italiano, ad esempio, ha infatti un “cordino” bianco che passa dietro il “solino“ e rientra nella apertura a V del camisaccio sino a una tasca interna dove, in antico, era riposto il coltello da marinaio della marina velica (nell'immagine: marinaio in divisa ordinaria invernale 2022, dal sito della Marina Militare)

Ma esiste anche un altro poco noto dettaglio in cui è presente il “cordino bianco” del coltello: si tratta della divisa “in armi” degli allievi della Accademia Navale. La divisa con ghette e buffetterie bianche e guanti bianchi usata per le sfilate. Essa prevede il famoso cordino bianco che passa dietro il bavero della giacca blu da allievo, si sistema con la mandorletta scorrevole sul davanti e passa in mezzo alla fila dei bottoni dorati per infilarsi sotto la giacca. (nelle immagini: Allievi dell'Accademia Navale sul Vespucci in divisa da casa con cordino bianco, corso Antares Campagna Istruzione 1968; Allievi schierati in armi con il cordino bianco in piazzale in Accademia Navale, corso Antares 4 dicembre 1967; cordino bianco da allievo dell'autore, consunto dopo anni di barca)

Il cordino bianco con la mandorletta per il coltello da marinaio è il simbolo dell’allievo ufficiale che “impara dal basso” a fare il marinaio. Un tempo davvero l’arte marinaresca era la prima cosa e ora simbolo metaforico di chi impara in generale.

E non bisogna dimenticare che la vecchia usanza di avere con sé il coltello era legata alla vita di bordo e, come tutto in mare, ogni cosa è ridotta all’essenziale e nulla è inutile. La tradizione ne conserva solo il ricordo nelle divise con la presenza del cordino bianco. Il coltello serve davvero su una nave a vela e su una barca a vela. Difatti ha avuto uno sviluppo multiforme nella nautica sportiva delle barche degli anni '60 e '80.

Famosissimi i coltelli “Barlow” (vedi immagine, disponibile liberamente in rete), che erano i migliori e più costosi e non tutti riuscivano a procurarseli. Tipica del Barlow knife era la caviglia a sezione quadrata.


I coltelli da marinaio erano prodotti da molte diverse ditte artigianali e delle forme e fogge le più diverse, spesso pure reinterpretati dalla nautica francese di quegli anni, più sportiva e di massa. (nelle immagini: coltello anni '70 con manico di fibra nero, solo lama e caviglia, molto usato; coltelli anni '80 di acciaio inox; smanigliatore in alluminio anni '70; tutti dalla collezione dell'autore)


Oggi infine dal semplice coltello si è passati a raffinati set da intervento sulle attrezzature con pinze e arnesi vari inseriti in appositi foderi di cuoio da portare alla cintola. E poi ci sono quelle pinze Leatherman che hanno diversi aggeggi utili. (nelle immagini: coltello con fodero di cuoio, smanigliatore e caviglia separati, immagine da web; coltello anni '90; pinze attrezzi con coltello e custodia e Leatherman e pinze coltello dalla collezione dell'autore)

Il semplice vecchio coltello per tagliare cime e la caviglia per impiombare o aprire un nodo troppo assuccato, lo smanigliatore per i grilli (o maniglioncini) sono dunque oramai superati da modernità le più diverse, forse più adatte a nuove attrezzature o solo percepite così dai nuovi velisti che non hanno più dimestichezza con il semplice vecchio attrezzo tutto fare.


Il revival del coltello da marinaio è andato di pari passo con lo sviluppo della nautica dagli anni 70 in avanti. Va ricordata una simpatica curiosità introdotta al Centro Velico Caprera che, come noto, ha avuto tra i suoi fondatori e organizzatori la Lega Navale, sezione di Milano, insieme con il Touring Club sotto l’alto patronato del Capo di Stato Maggiore della Marina che aveva concesso parte della zona militare di Caprera per la Scuola. Tra i fondatori quindi anche vecchi ufficiali di Marina e vecchi velisti formatisi in anni di una nautica da crociera con tradizionali belle barche di legno e vele di cotone.

Le norme di vita anno 1970 del CVC alla base di Punta Cannone e Cala Fico (primo corso derive Vaurien) e a Porto Palma (secondo corso sui Mousquetaires in compensato marino) stabilivano che i frequentatori dei corsi di vela dovessero avere sempre con sé il coltello da marinaio. (le bellissime foto che seguono sono di circa metà anni '70 quando l'ammiraglio Alberto Scaroni era Segretario Generale CVC: Mousquetaire (6,5 m compensato marino) sotto raffica del ponente, in arrivo alla base di Porto Palma; Mousquetaires con 3 mani di terzaroli e fiocco 1 con il ponente nell’Arcipelago)


Avere sempre con sé questo coltello senza punta era essenziale per la sicurezza in barca e utile per cavarsi dì impaccio: aprire un nodo bagnato con la caviglia, smanigliare un perno che non si svita, tagliare una cima, una manovra in emergenza magari in una scuffia. Tutto un mondo di operazioni da fare da soli in barca in situazioni di necessità e di fretta senza raffinate attrezzature nelle vicinanze.


Perché gli allievi dei corsi imparassero ad avere sempre il coltello furono tolti i coltelli da tavola a mensa in modo che tutti, in modo sportivo e spartano, come era l’atmosfera allegra e il gusto di quei corsi, dovessero portarsi dietro sempre il proprio coltello. Per tagliare la carne, il pane e così via. Un trucco da tutti poi amato e che divenne un vero e proprio “cult” dell’ambiente, della “vacanza sportiva alla francese“ di Porto Palma, Punta Cannone e Cala Fico.

Era quella una vacanza sportiva e un pochino anche avventurosa. Le barche abbastanza semplici secondo la scuola francese, ma con grande cura per la sicurezza e la manutenzione. Una atmosfera molto barcaiola senza regolamenti di regata ma con l’innesto di vecchie tradizioni veliche e marine italiane.


Gli anni di barca, l’usura e il ricambio hanno accumulato per lo scrivente una piccola collezione di coltelli da marinaio, Tutti consunti e molto usati essi raccontano di crociere estive e invernali con coltello attaccato alla cintola in mare con tempo cattivo, per il mantra ormai parte di me, che potesse in caso di emergenza servirmi a risolvere una manovra o a salvare una vita. Ognuno di essi è legato a ricordi e ad anni diversi: peripli della Corsica e della Sardegna, barche diverse, regate invernali e persino derive e 470 in Versilia. Ancora pochi anni fa d’estate si poteva tenere la barca sulla spiaggia e vararla con il carrello per farci un giro e poi atterrare e tirarla in secco.

Essi raccontano dunque di una nautica e di attrezzature rustiche. Oggi con tutta la modernità occorre avere davvero una scatola di attrezzi pronta e pinze e magari non riuscire a risolvere e riparare perché sono diversi i materiali e le soluzioni per le attrezzature a bordo, raffinate e moderne ma in fondo più complicate di quelle in uso in passato.


Questo mantra del coltello da marinaio sempre con sé pronto per la necessità l’ho personalmente conservato come “metafora” della vita, come pure quella delle “cime in chiaro” prima e dopo la manovra. E così da buon marinaio nelle mie vacanze in montagna nelle lunghe e amate escursioni e nelle ferrate e nelle soste con il pranzo al sacco in quota portavo sempre “il coltello da marinaio” con cui facevo tutto e mai un banale coltellino svizzero. Era anche un modo personale per affermare la scherzosa superiorità dei marinai sui terricoli.


L'autore

Antonello Gamaleri è ingegnere navale e meccanico, già dirigente di aziende internazionali; è stato direttore tecnico a Trieste in Fincantieri e a Genova alla divisione Navi Militari.

Allievo al Morosini 1964-67 (corso Barracuda) e Accademia Navale (corso Antares 1967-71). Lasciata la Marina nel '69 da studente entra al CVC corso istruttori Pasqua 1970. Istruttore 1° corso '70, CB Mousquetaires 1971, 1972 , 1974. Capo Turno Crociera Arpege 1976 e 1977.

Socio YCI, ha avuto sette barche tra cui due passatore di legno di Sartini (costr. 8/1972 e costr. 105/1976).

Ha curato il libro “Pagine di Guerra e Prigionia” sul padre Attilio, contrammiraglio e combattente della seconda guerra mondiale.

Autore del libro “Design and Production Management” per l’Industria Navale ( Franco Angeli 2019).

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