Il Vasa

Quando i re fanno affondare le navi

Le navigazioni AIVA-CVC si svolgono sempre in perimetri interessanti dal punto velico, ma anche culturale. Era quindi una tappa obbligata, durante la navigazione di quest'anno nell'arcipelago di Stoccolma, una visita al famoso Museo Vasa, che ospita l'unico galeone seicentesco giunto pressoché intatto ai nostri giorni: un reperto unico che, nonostante all'epoca abbia rappresentato un vero disastro dal punto di vista umano e navale, ci permette di godere di prima mano di una testimonianza dell'ingegneria navale del tempo.
La storia del Vasa è davvero peculiare, e dimostra come le interferenze di chi è al potere, ma non ha competenze in materia, si risolvano spesso in catastrofi.
All'inizio del XVII secolo la Svezia era una potenza emergente in Europa, soprattutto grazie alla sua posizione geografica, che controllava le rotte commerciali del Nord. Il re Gustav Adolf II voleva dimostrare che il Paese era all'altezza delle grandi monarchie continentali, e pensò di farlo costruendo un'imponente nave da guerra: il Vasa, appunto, e non per nulla il nome scelto fu quello della casata regnante all'epoca. Il galeone avrebbe dovuto essere un simbolo galleggiante della potenza reale; purtroppo si rivelò invece il sinonimo stesso di un cocente fallimento.

Commissionato nel 1625, fin da subito la costruzione fu resa difficoltosa dalle continue e assillanti interferenze del re, che però non aveva conoscenze specifiche in materia di costruzioni navali. Alla fine il design della Vasa rispose infatti più ai capricci di Gustav Adolf che ai consigli dei costruttori. Venuto a conoscenza di analoghi progetti navali nelle altre nazioni, il re fece forti pressioni affinché la nave fosse modificata, allungandola significativamente. Il risultato fu una nave con 64 cannoni distribuiti su due ponti, cosa senza precedenti in Svezia.
Il tutto era certamente impressionante, ma poco funzionale dal punto di vista dell'ingegneria navale: il risultato fu infatti uno scafo eccessivamente lungo ma soprattutto troppo alto rispetto alla larghezza, il che lo rese pericolosamente instabile. Nel tentativo di equilibrare i pesi venne aumentata la zavorra, ma al prezzo di una maggiore immersione dello scafo.
Vennero fatte prove di stabilità, che diedero prova tangibile dell'inaffidabilità del vascello: nessuno però aveva il coraggio di opporsi direttamente al re, che continuava a fare pressioni per un varo in tempi brevi, che avvenne il 10 agosto 1628 nelle condizioni peggiori per una imbarcazione di suo già instabile. Infatti, come d'uso all'epoca, il galeone era carico di tutte le pesanti sovrastrutture decorative in legno, di cui le navi venivano spogliate dopo l'inaugurazione. Alcuni bellissimi esempi sono visibili nelle foto che seguono; va tenuto conto che le sculture erano dipinte e dorate, il che sicuramente doveva fare un magnifico effetto.




Inoltre, su richiesta del re, la dotazione di armamento dei cannoni dovette essere allestita completa di palle e barili di polveri, e vennero portate a bordo tonnellate di quadri, arredi, vasellame e cristallerie, portando così il livello di immersione dello scafo pericolosamente vicino ai portelli dei cannoni di maggior calibro che - come prescritto dalle regole di stabilità - erano alloggiati al ponte inferiore.

Appena fuori dal porto, una folata di vento fece inclinare il galeone su un lato, ma con perizia il timoniere riuscì a raddrizzarlo. Una seconda folata di vento però lo inclinò nuovamente e l'acqua iniziò a entrare nello scafo attraverso i portelli dei cannoni. La nave affondò molto rapidamente ad appena 120 metri dalla costa, adagiandosi su di un fondale fangoso poco profondo (la regione marina attorno a Stoccolma è sostanzialmente una laguna); molti naufraghi vennero salvati dalle imbarcazioni accorse in aiuto, ma almeno 40 delle 130 persone presenti a bordo morirono affogate. Le vittime furono comunque molte meno di quanto ci si potesse attendere, dato che i marinai a bordo, ben più esperti del re, si attendevano qualcosa del genere ed erano preparati a mettersi in salvo.
Per secoli, il Vasa rimase sul fondo del Mar Baltico, dimenticato sotto strati di fango. Fu solo nel 1956 che un team di ricercatori localizzò il relitto. Miracolosamente, la nave era molto ben conservata: le acque del Baltico sono povere di ossigeno e prive degli organismi marini che solitamente divorano il legno.
Il recupero della nave fu un'impresa straordinaria, e a chi visiterà il Museo Vasa consigliamo caldamente di assistere al breve documentario che ne narra la storia. Nel 1961, dopo anni di preparativi, il Vasa fu sollevato in superficie utilizzando cavi e pontoni. Per evitare che il legno si disintegrasse una volta asciutto, fu rapidamente trattato con polietilenglicole, una sostanza che sostituisce l'acqua nelle fibre e mantiene stabile la struttura. Gli allestimenti interni vennero ricostituiti da esperti artigiani (nelle foto che seguono: la sola ricostruzione del cordame, eseguita con materiali e tecniche del tempo, ha richiesto anni di lavoro).


Migliaia di oggetti recuperati insieme alla nave, come attrezzi, vestiti o utensili dell'equipaggio, hanno completato un vero e proprio tesoro archeologico che permette di conoscere com'era la vita a bordo di una nave da guerra del XVII secolo (nelle foto che seguono, alcuni dei manufatti recuperati e una ricostruzione della suddivisione interna dello scafo).
Oggi, la nave è esposta al Museo Vasa di Stoccolma, inaugurato nel 1990 e uno dei più visitati della Scandinavia.

Qui è possibile ammirare non solo l'imponente sagoma della nave, con i suoi cannoni e le decorazioni originali, ma anche la sua storia: quella di un progetto che voleva sfidare i limiti dell'ingegneria del suo tempo e che finì per trasformarsi in un naufragio prematuro.
Lungi dall'essere solo un aneddoto tragico, il Vasa è un monito di come la politica, l'ambizione e la fretta possano prevalere sulla tecnica con conseguenze disastrose.





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